ricordi silvaroli
 
 
Biagio Costantini “lu scarpare”
Era uno dei caratteristici personaggi di Silvi di una volta. Una figura che faceva parte dell’ambiente paesano, soprattutto in estate. Fin dal primo mattino, tirava fuori dalla sua piccola bottega, che si affacciava sulla piazza  della chiesa, il banchetto da calzolaio  dove c’erano gli attrezzi del lavoro: i vari tipi di tenaglia, quella con la punta piegata per tirare la pelle e quella tradizionale per staccare le suola e i tacchi vecchi da sostituire, le forbici, un coltello affilatissimo (tipo rasoio) per sagomare a regola d’arte suola e tacchi, il gomitolo di corda per cucire la suola con la pelle, un pezzo di pece dove veniva passata con forza la corda per renderla forte e non farla sfilacciare e la lesina (“la subbje”) che serviva a fare i buchi e ad aiutare lo spago ad entrare nella suola. Iniziava, così, la sua giornata fischiettando e cadenzando il tempo con i colpi di martello per sagomare bene la suola o per metter i chiodini… Tra un colpo e l’altro alzava gli occhi per tenere sempre sotto controllo tutto quello che accadeva nella piazza, con l’orecchio teso per sentire i pettegolezzi (“li pittilarìe”) che le donne si scambiavano alla fonte quando andavano a “ccoje” l’acqua per gli usi di casa… Non a caso gli uomini che volevano essere aggiornati sui fatti e sulle curiosità del paese si recavano proprio da Biagio o dal barbiere… Biagio indossava sempre una canottiera di lana che lasciava intravedere la grande peluria del torace e delle spalle, mentre sulla testa portava un fazzoletto bagnato, per attenuare il calore del sole, tenuto a mò di copricapo mediante quattro piccoli nodi posti ai quattro angoli del fazzoletto. Sedeva sulla stessa sedia da tantissimi anni tanto che, ormai, aveva assunto la forma del suo sedere per il peso del suo corpo e per le sedici ore passate giornalmente a risuolare le scarpe. La sera e nei giorni festivi aiutava il padre alla cantina. Con gli anni, però, si accorse che le cose non andavano verso il meglio e che il suo lavoro non bastava per tirare dignitosamente avanti. Così, seguendo l’esempio di altri compaesani, si fece il passaporto (dove volle annotare come mestiere “manovale”, come tanti altri silvaroli emigrati in Canada per avere più facile accesso al lavoro…).  Ma quanti sacrifici lo aspettavano a Toronto! C’erano i debiti da pagare a certi usurai (ce n’erano diversi a Silvi Paese) per le spese di viaggio e c’era la necessità di fare presto un po’ di soldi per migliorare la propria situazione. Nei primi tempi i manovali e gli stessi muratori arrivati da poco a Toronto vivevano in  scantinati umidi e si nutrivano prevalentemente di roba in scatola (fagioli e ceci) a colazione e a pranzo… La mia famiglia, per grazia di Dio, non aveva debiti ed io trovai un lavoro presso una tipografia di un tale Mauro Astolfi posta al quinto piano di un palazzo in centro città. Ricordo che un giorno di agosto faceva un caldo da morire. La radio aveva annunciato che ci sarebbe stato un’ondata di caldo eccezionale ma nessuno di noi lo aveva capito perché non conoscevamo ancora l’inglese. Ad un certo punto per il caldo torrido di fuori e quello emanato dalla macchina stampatrice dove lavoravo stavo quasi per svenire. Aprii la finestra e davanti agli occhi mi si parò uno spettacolo indimenticabile. Nonostante il terribile caldo, proprio di fronte stavano costruendo un grande palazzo e c’era un formicaio di persone che lavoravano come matti. Li osservai meglio e mi resi conto che erano quasi tutti silvaroli: i Cichella, i Vallescura, i De Angelis, i fratelli Paolone con i loro figli, i fratelli Forcella… C’era anche Biagio Costantini, senza canottiera con il corpo letteralmente bruciato dal sole e le spalle lacerate dal peso dei mattoni… Marino Talanca, che era stato aiutante di “lu Pinnese”, faceva il “paglierino”, mischiava la calce…Uno dei De Angelis, che a Silvi faceva il fabbro (“lufirrare”), mi riconobbe e mi disse: “Ottàpurtece a ‘bbeve!”… Restai di sasso ed ebbi un nodo alla gola, quasi piangevo… Chiesi dei soldi in prestito ad un tizio che lavorava con me, lasciai momentaneamente il lavoro e andai a comprare una cassa di birra… Di colpo mi parve di essere nella piazzetta di Silvi Paese tra amici e parenti…Erano tempi duri quelli per noi italiani… Se un poliziotto ci vedeva riuniti insieme ci sparpagliava a colpi di manganello!...

Quando la cassa di birra si vuotò, tornai a lavorare. Mi stava aspettando il capo operaio, un mercenario polacco che aveva servito la regina, il quale non perdeva mai occasione per maltrattarmi perché ero italiano  “un buono a nulla grazie a Mussolini”. “Prendi quel barattolo di inchiostro lassù in alto – mi disse stendendomi la scala – sei contento adesso di aver dato da bere a quei fannulloni dei tuoi paesani, vero?”. Salii sulla scala e presi il barattolo di inchiostro mentre lui continuava ad offendermi. Non ci vidi più: aprii il barattolo, glielo gettai addosso e me andai sbattendo la porta. Per me fu davvero una fortuna perché da allora in poi incontrai solo persone oneste e comprensive.  Biagio, in seguito, si sistemò bene anche lui insieme al figlio Antonio e restarono in Canada per un bel po’ di tempo. Tornarono a Silvi quando ereditarono la cantina di “zìVintiglie”. La trasformarono ben presto in un accogliente bar-pizzeria e successivamente anche in ristorante. Le pizze erano davvero speciali, soprattutto quella alla Padre Lorenzo. D’estate i villeggianti  affollavano sempre quella pizzeria!... Le redini le prese Antonio, “lurusce”, che ha saputo gestire bene l’attività facendosi una buona posizione tanto da aprire un altro ristorante di pesce a Silvi Marina, il Manor, molto apprezzato dai buongustai. Ogni tanto tornava in Canada a trovare amici e parenti.  Seppi della sua morte durante una delle solite belle feste al Silvi Social Club di Toronto. 

Ottavio Scianitti